La pellicola KODAK

Qualche anno fa scattavamo pessime fotografie con pessime macchine fotografiche analogiche. Ci mettevamo in posa, con gli occhi sorridenti e i sorrisi un pò imbecilli, tutti abbracciati o soli, vicini alle piante del giardino di casa, sul muretto della strada di campagna, con alle spalle un tramonto che avrebbe bruciato la nostra pellicola, inconsapevolmente felici di stare immortalando un attimo. Qualche anno fa chiedevamo il permesso ai nostri genitori di portare con noi quella macchina in gita, per fotografare i momenti belli che non sarebbero più tornati e che loro stessi non avrebbero mai visto. Qualche anno fa, ci divertivamo a inseguire i tramonti al mare, con gli amici che non avremmo rivisto l’anno successivo, cantando a squarciagola davanti a un falò. Ci scrivevamo lettere con i nostri cosiddetti penfriend o con gli amici lontani che chissàperqualeragione avevamo conosciuto visto che non si viaggiava poi tanto. Sfogliavamo i libri di scuola sognando di viaggiare qua e là per il mondo alla scoperta di persone e lingue e posti e ancora tramonti a noi ignoti. Sognavamo ad occhi aperti sul banco di scuola…Ehi sto diventando troppo romantica! Ma vi ricordate come era andare a ritirare i nostri scatti dal fotografo? Da quell’incapace del fotografo sottocasa che non capiva i nostri tentativi artistici e romantici di fotografare il sole e spesso ci diceva che lo scatto tanto atteso si era bruciato! Però c’erano tutte le altre e con il naso in giù e lo sguardo fisso sulle foto si camminava per strada evitando di morire senza tanti sforzi, troppo concentrati a guardare le nostre emozioni prendere forma su una carta lucida e spessa, che ancora profumava di stampa. E poi si tornava a casa, pieni di quel sorriso interno e si portavano le foto a cena, le si sfogliava litigando con quello più lontano sul divano che nonriuscivaavederelafoto e si rideva insieme delle facce assurde e orrende immortalate e si guardavano e si riguardavano quelle fotografie per giorni interi. Poi si scrivevano le date sul retro, a fianco alla scritta KODAK, che campeggiava obliquamente su quel retro liscio, si sfogliavano un’ultima volta e si riponevano nel cassettoDELLEfotografie, o nella scatolaDELLEfotografie, che era trattata al pari di una persona vera e propria, preservata dagli allagamenti, dalla polvere. E quanto era bello sfogliare le foto con la mamma o con la zia e chiedere chi fosse questo o quello e osservare il viso dei nostri familiari su quella carta lucida ancora profumata ma gialla oramai, gialla per la luce, per la polvere, per il tempochepassa ma che in fondo ci ritroviamo a sfogliare come se avesse preso forma. Quando ero piccola avevo il terrore che quel cassetto delle foto potesse andare perso, e che le foto stesse potessero svanire in un incidente casalingo, in un terremoto, come il TERREMOTODELL’OTTANTA, il famigerato terremoto che aveva cancellato molte cose in Campania. Sono passati tanti anni, si, ( ahimè) e le cose sono cambiate. Adesso scattiamo tutti meravigliose fotografie con meravigliose digital cameras superpotenti o supercompatteCHEteLEportiOVUNQUE. Persino mia zia Teresa e mia mamma sarebbero capaci di scattare una foto decente oggi. Oggi anche loro, che no, proprio non riuscivano a inquadrare bene il soggetto o non far sfocare la foto, anche loro potrebbero scattare una bella foto. Oggi non abbiamo più polvere sulle nostre fotografie, che non ingialliscono, e riusciamo persino a togliere gli occhi rossi con il mitico Photoshop. Il cassettone non occupa più metà del nostro salone e quello spazio viene riservato ad altro nelle nostre modernissime case TECNOLOGICHE. Oggi le nostre foto le mettiamo sull’hard disk esterno da un Tera. Che anche a sentirlo ti viene da pensare che animale strano sia, pure se lo conosci. Non sfogliamo più le nostre foto, non ci imprimiamo più sopra le nostre impronte digitali sporchedicioccolato

Che bello eh? Ma ci basta  mettere in fallo un piede e inciampare in un maledettissimo filo nero troppo corto, che il nostro maledettissimo hard disk esterno inizia a fare un rumore orrendo. Sarà solo dopo una trentina di minuti trascorsi nel terrore e nel sudore freddo che il nostro amico tecnologico ci comunicherà che il nostro hard disk esterno si è rotto irrimediabilmente e che abbiamo perso tutti i DATI. Peccato, che quelli che gli altri chiamano i dati, sono le nostre foto più belle, le foto dei nostri figli e dei nostri genitori, dei nostri amici e dei loro matrimoni, delle gite al mare e delle riunioni di famiglia, selezionate per periodo, salvate nelle cartelle di cui ancora ricordiamo il nome e l’ordine.


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