Il Giradischi- The record player

Quando ho inserito la spina del giradischi bianco, non avevo la minima idea che avrebbe iniziato a suonare. Invece lui ci ha sorpresi. E quando il piatto ha iniziato a girare è stato come aprire una finestra sul passato.

Una finestra su Sant’Agata e sul “Deserto”. Ho ascoltato la sua musica risuonare tra le vecchie mura del monastero. Oltre il chiasso degli scolaretti con le cartelle, oltre il frastuono della mensa, oltre le foglie che si muovevano al vento, oltre il blu di quel mare che unisce due lembi di terra.

Il giradischi era stato sistemato nella stanza del Superiore grassoccio dell’ordine dei frati bigi. Su di lui si posava lo sguardo di chi entrava nella stanza e  cercava di divagare con il pensiero, immaginandolo suonare festosamente, immaginando quel frate, togliersi gli occhiali, lasciare quell’espressione austera propria delle autorità e rilassarsi al suono di un 45 giri. Oltre lo scrittoio, quel quadro di un uomo, dallo lo sguardo dolce, con il suo saio marrone e i capelli bianchi. E, proprio lì a destra il giradischi bianco, che suonava nella fantasia ma che nella realtà era silenzioso, la puntina ancora nuova di zecca, il piatto fermo, la leva abbassata, in quella stanza del monastero, lontano dalla calca e dal brio delle strade della penisola sorrentina, lontano dalle chiacchiere festose e vivaci delle domeniche soleggiate d’estate, lontano dalle onde, in fondo al quella salita ripida, sulla cima della collina.

I plugged in the white  record player but I had no idea it would begin to play music. Suddenly. It surprised us. And, when the record deck began going round, it was like opening a window on the past memories.

A window on that beautiful strip of ground  leaning between Sorrento and Amalfi. In the right middle of that rockies, a town rises, called Sant’Agata. On the top of the Rock, at the end of a slope, is situated  a monastry called “The desert”. There we got carried away from the white record player.

Beyond the noisy schoolchildren with their satchels, beyond the hu and cry, beyond the leaves and the wind, beyond that blue sea that joins two patches of ground.

The record player had been placed in the monastry leader’s room, the chubby Prior of the religious order. Whoever entered in that room would certainly focus on the player, and  would even imagine the Prior stripping the glasses off , leaving that stern face expression and relaxing to the vynil sound of a long play record.

Above the old writing table, on the yellow wall, a portrait of a man,humble-eyed, white hair and his brown frock. Exactly on the right , the white record player, playing in the mind’s eye, but not actually doing it, the intact stylus, the record deck still, the tone arm down, in that monastery room, faraway from the hue and cry, faraway from the liveliness of people on the street, faraway from the sparkling and sunny sundays chitchat, far off the waves,  on the top of the rock, at the end of the slope, the white record player.

Paper record player by Kelly Anderson


paper record player by Kelly Anderson

Annunci

La valigia di carta

Ho lasciato la mia casa quel giorno, che ancora nell’aria c’era il profumo dei fiori d’arancio. Era nuvoloso quando sono arrivata. Era grigio tutto intorno a me. E i palazzi erano alti, le persone gentili ma frettolose. Si avvicinava la … Continua a leggere

La pellicola KODAK

Qualche anno fa scattavamo pessime fotografie con pessime macchine fotografiche analogiche. Ci mettevamo in posa, con gli occhi sorridenti e i sorrisi un pò imbecilli, tutti abbracciati o soli, vicini alle piante del giardino di casa, sul muretto della strada di campagna, con alle spalle un tramonto che avrebbe bruciato la nostra pellicola, inconsapevolmente felici di stare immortalando un attimo. Qualche anno fa chiedevamo il permesso ai nostri genitori di portare con noi quella macchina in gita, per fotografare i momenti belli che non sarebbero più tornati e che loro stessi non avrebbero mai visto. Qualche anno fa, ci divertivamo a inseguire i tramonti al mare, con gli amici che non avremmo rivisto l’anno successivo, cantando a squarciagola davanti a un falò. Ci scrivevamo lettere con i nostri cosiddetti penfriend o con gli amici lontani che chissàperqualeragione avevamo conosciuto visto che non si viaggiava poi tanto. Sfogliavamo i libri di scuola sognando di viaggiare qua e là per il mondo alla scoperta di persone e lingue e posti e ancora tramonti a noi ignoti. Sognavamo ad occhi aperti sul banco di scuola…Ehi sto diventando troppo romantica! Ma vi ricordate come era andare a ritirare i nostri scatti dal fotografo? Da quell’incapace del fotografo sottocasa che non capiva i nostri tentativi artistici e romantici di fotografare il sole e spesso ci diceva che lo scatto tanto atteso si era bruciato! Però c’erano tutte le altre e con il naso in giù e lo sguardo fisso sulle foto si camminava per strada evitando di morire senza tanti sforzi, troppo concentrati a guardare le nostre emozioni prendere forma su una carta lucida e spessa, che ancora profumava di stampa. E poi si tornava a casa, pieni di quel sorriso interno e si portavano le foto a cena, le si sfogliava litigando con quello più lontano sul divano che nonriuscivaavederelafoto e si rideva insieme delle facce assurde e orrende immortalate e si guardavano e si riguardavano quelle fotografie per giorni interi. Poi si scrivevano le date sul retro, a fianco alla scritta KODAK, che campeggiava obliquamente su quel retro liscio, si sfogliavano un’ultima volta e si riponevano nel cassettoDELLEfotografie, o nella scatolaDELLEfotografie, che era trattata al pari di una persona vera e propria, preservata dagli allagamenti, dalla polvere. E quanto era bello sfogliare le foto con la mamma o con la zia e chiedere chi fosse questo o quello e osservare il viso dei nostri familiari su quella carta lucida ancora profumata ma gialla oramai, gialla per la luce, per la polvere, per il tempochepassa ma che in fondo ci ritroviamo a sfogliare come se avesse preso forma. Quando ero piccola avevo il terrore che quel cassetto delle foto potesse andare perso, e che le foto stesse potessero svanire in un incidente casalingo, in un terremoto, come il TERREMOTODELL’OTTANTA, il famigerato terremoto che aveva cancellato molte cose in Campania. Sono passati tanti anni, si, ( ahimè) e le cose sono cambiate. Adesso scattiamo tutti meravigliose fotografie con meravigliose digital cameras superpotenti o supercompatteCHEteLEportiOVUNQUE. Persino mia zia Teresa e mia mamma sarebbero capaci di scattare una foto decente oggi. Oggi anche loro, che no, proprio non riuscivano a inquadrare bene il soggetto o non far sfocare la foto, anche loro potrebbero scattare una bella foto. Oggi non abbiamo più polvere sulle nostre fotografie, che non ingialliscono, e riusciamo persino a togliere gli occhi rossi con il mitico Photoshop. Il cassettone non occupa più metà del nostro salone e quello spazio viene riservato ad altro nelle nostre modernissime case TECNOLOGICHE. Oggi le nostre foto le mettiamo sull’hard disk esterno da un Tera. Che anche a sentirlo ti viene da pensare che animale strano sia, pure se lo conosci. Non sfogliamo più le nostre foto, non ci imprimiamo più sopra le nostre impronte digitali sporchedicioccolato

Che bello eh? Ma ci basta  mettere in fallo un piede e inciampare in un maledettissimo filo nero troppo corto, che il nostro maledettissimo hard disk esterno inizia a fare un rumore orrendo. Sarà solo dopo una trentina di minuti trascorsi nel terrore e nel sudore freddo che il nostro amico tecnologico ci comunicherà che il nostro hard disk esterno si è rotto irrimediabilmente e che abbiamo perso tutti i DATI. Peccato, che quelli che gli altri chiamano i dati, sono le nostre foto più belle, le foto dei nostri figli e dei nostri genitori, dei nostri amici e dei loro matrimoni, delle gite al mare e delle riunioni di famiglia, selezionate per periodo, salvate nelle cartelle di cui ancora ricordiamo il nome e l’ordine.