Il salone del barbiere


Il suo salone si trovava nel cuore della vecchia città. Entrando la sensazione era quella di trovarsi in un regno di soli uomini, in cui una donna non avrebbe mai messo piede. Si veniva investiti da una serie di odori forti e stagnanti. La schiuma da barba bianca, soffice diffondeva nell’aria il suo aroma intenso. Le poltrone marroni si stagliavano in fila come soldati in attesa di un ordine. Erano lì in attesa del prossimo, consunte e fedeli, accoglievano e confortavano. Il signor Gaetano aveva passato metà della sua vita in quel piccolo salone. Aveva gli occhi stanchi ma fieri. Con i suoi sei figli ne aveva avute di bocche da sfamare e di grane e di dolori, ma, si, anche di grandi gioie. E c’erano stati giorni di tribolazione. Come il giorno in cui facendo la barba al dottore, suo cliente da anni, gli aveva parlato di quel suo bambino che stava per morire. E il dottore aveva salvato quel bambino magro e affamato, per amore di quell’uomo, un pò introverso ma sempre disponibile. La domenica per  il Signor Gaetano non era vero e proprio giorno di festa. Si alzava di buon’ora e apriva la sua bottega per ripulire la faccia ai contadini del paese che quel giorno, indossato il vestito migliore, accompagnavano le proprie mogli alla messa, compiendo il loro dovere verso Dio. Il giorno libero di Gaetano era invece il Lunedì. Era un giorno speciale e lui amava consacrarlo andando a pranzare alla taverna di Pupetta, sua sorella. La prima donna di quel paesino del sud Italia a lavorare in un luogo pubblico. Aveva attirato su di sè le maldicenze della gente, restia ad accettare che una donna potesse servire vino e vivande in un posto per soli uomini. Invece lei, testarda come un mulo, aveva voluto portare avanti la sua taverna e ne aveva fatto la sua ricchezza. E come lei nessuno sapeva cucinare. Neanche la moglie di Gaetano, che il suo giorno libero pranzava alla taverna, davanti a un buon bicchiere di vino e a un piatto fumante come quelli che cucinava sua madre. E, boccone dopo boccone, assaporava la sua infanzia.

Charles Eames Lounge chair and Ottoman 1956