Il salone del barbiere


Il suo salone si trovava nel cuore della vecchia città. Entrando la sensazione era quella di trovarsi in un regno di soli uomini, in cui una donna non avrebbe mai messo piede. Si veniva investiti da una serie di odori forti e stagnanti. La schiuma da barba bianca, soffice diffondeva nell’aria il suo aroma intenso. Le poltrone marroni si stagliavano in fila come soldati in attesa di un ordine. Erano lì in attesa del prossimo, consunte e fedeli, accoglievano e confortavano. Il signor Gaetano aveva passato metà della sua vita in quel piccolo salone. Aveva gli occhi stanchi ma fieri. Con i suoi sei figli ne aveva avute di bocche da sfamare e di grane e di dolori, ma, si, anche di grandi gioie. E c’erano stati giorni di tribolazione. Come il giorno in cui facendo la barba al dottore, suo cliente da anni, gli aveva parlato di quel suo bambino che stava per morire. E il dottore aveva salvato quel bambino magro e affamato, per amore di quell’uomo, un pò introverso ma sempre disponibile. La domenica per  il Signor Gaetano non era vero e proprio giorno di festa. Si alzava di buon’ora e apriva la sua bottega per ripulire la faccia ai contadini del paese che quel giorno, indossato il vestito migliore, accompagnavano le proprie mogli alla messa, compiendo il loro dovere verso Dio. Il giorno libero di Gaetano era invece il Lunedì. Era un giorno speciale e lui amava consacrarlo andando a pranzare alla taverna di Pupetta, sua sorella. La prima donna di quel paesino del sud Italia a lavorare in un luogo pubblico. Aveva attirato su di sè le maldicenze della gente, restia ad accettare che una donna potesse servire vino e vivande in un posto per soli uomini. Invece lei, testarda come un mulo, aveva voluto portare avanti la sua taverna e ne aveva fatto la sua ricchezza. E come lei nessuno sapeva cucinare. Neanche la moglie di Gaetano, che il suo giorno libero pranzava alla taverna, davanti a un buon bicchiere di vino e a un piatto fumante come quelli che cucinava sua madre. E, boccone dopo boccone, assaporava la sua infanzia.

Charles Eames Lounge chair and Ottoman 1956

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Il Giradischi- The record player

Quando ho inserito la spina del giradischi bianco, non avevo la minima idea che avrebbe iniziato a suonare. Invece lui ci ha sorpresi. E quando il piatto ha iniziato a girare è stato come aprire una finestra sul passato.

Una finestra su Sant’Agata e sul “Deserto”. Ho ascoltato la sua musica risuonare tra le vecchie mura del monastero. Oltre il chiasso degli scolaretti con le cartelle, oltre il frastuono della mensa, oltre le foglie che si muovevano al vento, oltre il blu di quel mare che unisce due lembi di terra.

Il giradischi era stato sistemato nella stanza del Superiore grassoccio dell’ordine dei frati bigi. Su di lui si posava lo sguardo di chi entrava nella stanza e  cercava di divagare con il pensiero, immaginandolo suonare festosamente, immaginando quel frate, togliersi gli occhiali, lasciare quell’espressione austera propria delle autorità e rilassarsi al suono di un 45 giri. Oltre lo scrittoio, quel quadro di un uomo, dallo lo sguardo dolce, con il suo saio marrone e i capelli bianchi. E, proprio lì a destra il giradischi bianco, che suonava nella fantasia ma che nella realtà era silenzioso, la puntina ancora nuova di zecca, il piatto fermo, la leva abbassata, in quella stanza del monastero, lontano dalla calca e dal brio delle strade della penisola sorrentina, lontano dalle chiacchiere festose e vivaci delle domeniche soleggiate d’estate, lontano dalle onde, in fondo al quella salita ripida, sulla cima della collina.

I plugged in the white  record player but I had no idea it would begin to play music. Suddenly. It surprised us. And, when the record deck began going round, it was like opening a window on the past memories.

A window on that beautiful strip of ground  leaning between Sorrento and Amalfi. In the right middle of that rockies, a town rises, called Sant’Agata. On the top of the Rock, at the end of a slope, is situated  a monastry called “The desert”. There we got carried away from the white record player.

Beyond the noisy schoolchildren with their satchels, beyond the hu and cry, beyond the leaves and the wind, beyond that blue sea that joins two patches of ground.

The record player had been placed in the monastry leader’s room, the chubby Prior of the religious order. Whoever entered in that room would certainly focus on the player, and  would even imagine the Prior stripping the glasses off , leaving that stern face expression and relaxing to the vynil sound of a long play record.

Above the old writing table, on the yellow wall, a portrait of a man,humble-eyed, white hair and his brown frock. Exactly on the right , the white record player, playing in the mind’s eye, but not actually doing it, the intact stylus, the record deck still, the tone arm down, in that monastery room, faraway from the hue and cry, faraway from the liveliness of people on the street, faraway from the sparkling and sunny sundays chitchat, far off the waves,  on the top of the rock, at the end of the slope, the white record player.

Paper record player by Kelly Anderson


paper record player by Kelly Anderson